
1 agosto … i confini dell’Amore
- 1 giorno fa
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Credo che uno dei confini più sottili dell’amore sia quello tra ciò che nasce dall’amore e ciò che nasce dalla paura.
Quando due corpi si fondono, gli occhi si cercano, le mani si intrecciano, si crea il desiderio, la presenza. Ossia viviamo quell’istante in cui ci sentiamo completamente visti. È un’esperienza profondamente umana, e quando finisce lascia inevitabilmente una traccia.
La domanda è: che cos’è quella traccia?
Forse non è appartenenza.
Forse è nostalgia.
La nostalgia di uno stato dell’essere in cui ci siamo sentiti vivi.
L’amore, a mio avviso, non chiede necessariamente di possedere o di appartenere.
L’amore può dire:
“Che meraviglia averti incontrato.”
La paura, invece, aggiunge subito:
“E se non dovessi più rivivere tutto questo?”
Ed è in quel momento che nasce il bisogno.
Il bisogno che l’altro scriva.
Che l’altro pensi.
Che l’altro desideri con la stessa intensità.
Che scelga noi.
Non perché senza di lui o lei non siamo completi, ma perché vorremmo ritrovare quella sensazione meravigliosa che abbiamo vissuto insieme.
E questo è molto umano.
Credo che il punto non sia eliminare quel desiderio. Sarebbe quasi impossibile.
Il punto è accorgersi quando quel desiderio smette di essere un invito e diventa una richiesta alla vita.
Perché la vita, purtroppo o meravigliosamente, non promette reciprocità.
Può accadere che due persone vivano la stessa sera con intensità completamente diverse.
Può accadere che una delle due, pur provando qualcosa di autentico, non abbia lo spazio, il coraggio o la possibilità di viverlo allo stesso modo.
Può accadere che le loro realtà siano semplicemente incompatibili.
E questo non rende falso ciò che è stato.
Lo rende soltanto incompleto.
A volte ci diciamo “Vorrei che mi pensasse e mi cercasse come lo/a penso e lo/a cerco io.”
Credo che qui ci sia una domanda ancora più profonda.
Non è tanto: “Mi ama?”
È:
“Esisto dentro di lui/lei come lui/lei esiste dentro di me?”
È una domanda che tutti, prima o poi, ci facciamo.
E raramente possiamo conoscerne davvero la risposta.
Forse allora l’amore più libero è quello che riesce a dire:
“Io ti porto con me, senza pretendere di abitare anche dentro di te nello stesso modo.”
È difficilissimo.
Ma credo sia lì che l’amore smette di essere appartenenza e diventa dono.
Mi viene anche un’altra riflessione…
Forse non desideriamo appartenere a una persona.
Forse desideriamo appartenere a ciò che siamo quando siamo con quella persona.
Perché alcune persone hanno il dono di far emergere parti di noi che amiamo profondamente: la leggerezza, la dolcezza, il desiderio, la tenerezza, la curiosità, la capacità di abbandonarci…
Quando se ne vanno, ci sembra di perdere loro.
In realtà, a volte, abbiamo paura di perdere quella versione di noi stessi.
E allora il cammino diventa questo: riuscire a custodire quella donna/quell’uomo anche quando lui o lei ha chiuso la porta di casa.
Perché se quella donna/uomo continua a vivere dentro di te, allora ogni incontro sarà un dono, e nessun addio potrà portartela/o via.
Credo che sia profondamente prezioso.
E così concludo con una domanda, invece che con una risposta:
E se l’amore non ci chiedesse mai di appartenere a qualcuno?
E se ci chiedesse, semplicemente, di non smettere mai di appartenere a noi stessi, anche dopo aver sfiorato l’infinito negli occhi di un altro?
Lasciamo che sia un dono
Isabel





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