Quando la vita entra in modalità emergenza 💛
- Isabel

- 5 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Ci sono momenti in cui tutto cambia in un istante: una diagnosi, una rottura, un imprevisto economico, una scelta da prendere “ora o mai più”.
Fuori sembra solo “una situazione da gestire”, ma dentro succede molto di più: il cuore accelera, il respiro si fa corto, i pensieri si confondono.
È il nostro sistema nervoso che sta rispondendo a quella che percepisce come una minaccia.
Non è un nostro fallimento. È biologia.
E, paradossalmente, è un modo in cui il corpo sta cercando di proteggerci.
Il sistema nervoso: il “regista” invisibile della nostra sicurezza
Il sistema nervoso autonomo – quello che lavora senza che ce ne accorgiamo – ha due grandi modalità:
Sistema simpatico: mobilitazione, attacco o fuga
Sistema parasimpatico: riposo, recupero, calma
Quando viviamo qualcosa che il corpo interpreta come pericoloso, il sistema simpatico si attiva: aumenta il battito cardiaco, i muscoli si tendono, la mente si restringe sul problema.
In parallelo, l’asse ipotalamo–ipofisi–surrene (HPA) rilascia ormoni come adrenalina e cortisolo per aiutarci a fronteggiare l’emergenza.
Questa reazione non è “solo nella testa”: è un circuito complesso che coinvolge cervello, corpo e ormoni.
Amygdala, corteccia prefrontale e la mente che si offusca
Una delle strutture chiave è l’amigdala, il nostro sensore di minaccia.
Quando rileva un pericolo, manda un segnale d’allarme che:
Attiva il sistema simpatico e l’HPA axis
Riduce l’attività della corteccia prefrontale, la parte del cervello che ragiona, pianifica e valuta
Per questo, in emergenza, possiamo sentirci confusi, sopraffatti o incapaci di prendere decisioni lucide.
Non è incapacità.
È un cervello che sta dando priorità alla sopravvivenza, non alla chiarezza.
Le risposte del corpo: fight, flight, freeze
Quando il sistema nervoso è sotto pressione può reagire in diversi modi:
Fight – irritabilità, agitazione, bisogno di controllare
Flight – fuga, iperattività, desiderio di scappare
Freeze – blocco, immobilità, senso di distacco
In alcuni casi compare anche la fawn response: compiacere l’altro per sentirsi al sicuro.
La polyvagal theory di Stephen Porges, molto usata in ambito terapeutico, ci aiuta a comprendere come il nostro corpo passi attraverso diversi “stadi di sicurezza o difesa” a seconda della minaccia percepita.
La finestra di tolleranza: lo spazio in cui possiamo restare presenti
Il concetto di window of tolerance, introdotto da Dan Siegel, descrive lo stato in cui il nostro sistema nervoso è abbastanza regolato da permetterci di sentire senza essere sopraffatti.
Quando usciamo da questa finestra:
Sopra → iperattivazione, ansia, pensieri veloci
Sotto → ipoattivazione, intorpidimento, apatia
Lo stress, soprattutto se cronico, può portarci fuori da questo spazio, facendo sembrare tutto più grande di noi.
Stress cronico: quando il corpo “tiene il conto”
Se le emergenze si susseguono senza tregua – relazioni difficili, contesti instabili, pressioni emotive prolungate – il sistema nervoso può rimanere in allerta anche quando non è più necessario.
Ricerca neuroscientifica e clinica mostrano come lo stress continuo modifichi:
l’amigdala (più reattiva)
l’ippocampo (memoria ed emozioni)
la corteccia prefrontale (chiarezza, concentrazione, decisioni)
È come vivere con un allarme sempre acceso. E il corpo, inevitabilmente, ne paga il prezzo.
Cosa possiamo fare quando ci sentiamo in emergenza?
1. Dare un nome a ciò che accade
Riconoscere: “Il mio sistema nervoso è in allerta” aiuta la mente a riattivarsi.
2. Tornare al corpo
Sentire i piedi, appoggiare la schiena, ritrovare un punto di neutralità.
3. Usare il respiro come ancoraggio
Un’espirazione leggermente più lunga può già modulare il nervo vago e riportare calma.
4. Cercare co-regolazione
Uno sguardo, una voce gentile, una presenza sicura possono ristabilire equilibrio. Non siamo fatti per farcela da soli.
La pratica yoga: un ritorno a casa nei momenti di emergenza
In queste reazioni del corpo – battito veloce, confusione, blocco, fuga – lo yoga può diventare uno dei modi più semplici e profondi per ritrovare regolazione.
Non come una “tecnica”, ma come un ritorno al corpo, al respiro, a una presenza più morbida.
Gli studi degli ultimi anni mostrano che alcune pratiche yogiche:
riducono l’attivazione dell’amigdala
modulano la risposta dell’asse HPA
aumentano il tono vagale
favoriscono un ritorno agli stati parasimpatici di calma e recupero
In pratica: aiutano il cervello e il corpo a parlare di nuovo la stessa lingua.
Quando il mondo accelera, lo yoga insegna lentezza.
Quando il corpo si chiude, crea spazio.
Quando la mente corre, invita al respiro.
E non serve una pratica avanzata: bastano tre respiri più lunghi, una posizione semplice, un momento di ascolto.
Lo yoga non toglie le emergenze della vita, ma ci dà un luogo interno in cui tornare, un punto fermo da cui osservare, sentire e scegliere con più presenza.
Onorare le nostre reazioni, non giudicarle
Quando la vita ci mette davanti all’emergenza, il sistema nervoso risponde prima che ce ne accorgiamo.
Forse il primo passo non è “stare bene”, ma smettere di giudicare come reagiamo.
Da lì, lentamente, possiamo costruire nuove strade di regolazione: respiro, movimento, presenza, supporto.
E ricordarci che anche quando tutto dentro trema, c’è una parte di noi che può osservarci con dolcezza e dirci:
“Sono qui con te. Possiamo farcela, un respiro alla volta.”
Sono qui con te, puoi farcela, un respiro alla volta.
Namaste
Isabel
💛













Ciao Isa, un abbraccio